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Calatafimi Segesta

Calatafimi sorge dove un tempo prosperò l'antica città Acesta, di cui parla lo scrittore Pietro Longa nei suoi "Ragionamenti istorici", distinguendola dalla coeva Egesta, antico nome di Segesta. Con i Normanni, Calatafimi fece parte del regio demanio per più di 250 anni e divenne terra feudale quando nel 1336 Federico D'Arrrgona Ia diede in feudo al figlio Guglielmo, con il titolo di Duca. Nel 1338, alla morte di Guglielmo, la città passò al fratello Giovanni e nel 1340 venne concessa in dote alla figlia Eleonora che andò in sposa a Guglielmo Peralta. Il rapporto tra i Peralta e la Corona non fu del tutto idilliaco e infine nel 1399 una delegazione dell'Università di Calatafimi decise di recarsi dal re Martino e ottenne così l'irrevocabile" annessione al regio demanio. Dopo appena otto anni. però, lo stesso re Martino, con una privata disposizione, donò la città a titolo di Baronia, a Giovanni De Prades, il quale vantava anche legami di parentela con il re. Dal 1407 al 1802 Calatafimi si mantenne nella Baronia dei discendenti di De Prades, ai quali si alternarono, dal secolo XV fino al XVI i Cabrera, passando poi nel 1565 agli Enriquez, ai quali rimase fino al 1742, quando fu concessa a Maria Alvares. Soltanto nel 1802, dopo la morte di Maria Del Pilater, ultima contessa rii Modica, la Contea di Modica e tutte le Baronie annesse, compresa quella di Calatafimi, passarono alla Corona. Il 15 Maggio del 1860 Calatafimi fu teatro di una vittoriosa battaglia che vide Garibaldi contro i Borboni in uno scontro decisiva per l'avanzamento dei Mille. Le truppe borboniche sbarcarono a Castellamare con circa 3.600 uomini e poi si diressero verso Calatafimi, occupando il paese. Garibaldi, invece, dopo lo sbarco a Marsala dell'11 Maggio, si diresse verso Est, nelle campagne di Salemi, fino a giungere con le sue truppe composte, dai Mille e dai volontari siciliani, allo scontro col nemico sulla collina di Pianta Romano. Le camicie rosse, nonostante fossero di numero inferiore e strategicamente in una posizione sfavorevole, riuscirono a sconfiggere le truppe borboniche, guidate dal generale Landi, aprendo così la via verso Palermo che fu liberata il 30 maggio successiva. Nel 1892, su quelle silenziose alture, Calatafimi decise di erigere l'Ossario in nome dei caduti garibaldini.

Castello Eufemio

Il Castello Eufemia sorge su un piccolo colle a 400 metri s.l.m. dal quale si può ammirare un bellissimo panorama, con Segesta sul lato sud-ovest e l'Ossario di Pianto Romano a sud-est. Fu innalzato intorno al 1200 sui ruderi di un altro maniero ancora più antico e, grazie alle sue possenti mura alla sua posizione elevata, fu, per lunghi anni, una fortezza inespugnabile e una sicurezza per il centro abitato.

Nel periodo in cui Calatafimi fu città demaniale, il Castello fu la sede del governatore del re e nel 1336 divenne la dimora dei signori che avevano la città in baronia e delle loro armate. Infine, nel 1600 fu destinato a sede dei compagni d?armi e prigione provvisoria per i carcerati di Calatafimi e della vicina città di Vita. Nel 1886 le prigioni furono trasferite dentro l'abitato e il Castello venne abbandonato. L'edificio aveva una pianta a base trapezioidale, con m. 34,50 di larghezza e m. 49,30 di lunghezza. La proiezione della cortina muraria era affidata alle torri che si trovano nell'estremità del prospetto est: la torre dì destra era larga m. 9 e lunga m. 15,30; la torre di sinistra era larga m, 8 e lunga m. 10. Una terza torre, invece, sulla base della configurazione del Castello e dalle lettura di un'antica stampa, doveva trovarsi dove si congiungono i due muraglioni a scarpa. Lo stemma della città ricorda ancora la sua struttura architettonica: un castello sormontato da torri merlate, sopra le quali un'aquila sveva apre le sue ali. Attraverso un vestibolo, scandito da due archi ogivali, si accedeva al cortile, delimitato ad est e a sud da dei corpi di fabbrica, composte di piano terra e primo piano, probabilmente la parte più nobile dell'antico edificio, io, adibito più tardi a prigione. Ad ovest del cortile vi era un muraglione a scarpa e a nord il quarto lato della cortina e .la torre di destra. Al di sotto vi erano tre grandi cisterne per la raccolta delle acque.

Pianto Romano

All'interno, incassate nel muro, sia a destra che a sinistra, vi sono due grandi custodie a vetri, che accolgono le reliquie dei caduti borbonici e garibaldini,mentre un registro annota una ininterrotta lista di visitatori che negli anni hanno omaggiato le sfoglie.
Alle spalle del monumento si apre un vialetto affiancato da cipressi, chiamato viale delle rimembranze che conduce ad una stele sulla quale è incisa la frase che Garibaldi pronunciò durante lo scontro al valoroso soldato Nino Bixio: Qui si fa l'Italia o si muore. Quest'opera fù realizzata dall'architetto B. Vivona in occasione del primo centenario della battaglia di Calatafimi.
Percorrendo la strada stradale 113 che da Trapani conduce a Calatafimi, si giunge ad un bivio che porta al colle detto, Pianto Romano dove si erge l'omonimo"Ossario". Fu eretto nel 1892 sul progetto di Ernesto Rasile in occasione della 3° ricorrenza della battaglia del 15 Maggio 1860 contro i Borbonici. La costruzione è a base quadrata con mura sagomate di marmo, coronate da un fregio e cornice dorica. Per mezzo dei gradini prende piede un alto obelisco a conci, nella cui metà si intravede una corona ti bronzo con la Trinacria e due palline. Ai lati lo decorano due rilievi in bronzo di Battista Tassara raffiguranti i Mille durante lo sbarco di Marsala e la battaglia di Calatafimi.

Museo Archeologico di Calatafimi/Segesta
Il museo cittaadino ospita al suo interno alcuni dei reperti rinvenuti nel corso degli scavi condotti negli ultimi decenni all'interno dell'area di Segesta. Fra questi si ammirano:
1) le due mensole a forma di prua di nave del Lisce. a.C., rinvenute nella Casa del Navarca;
2) un capitello corinzio-italico del II/I sec. a. C., dell'area dell'Agorà;
3) un elemento scultoreo della scena del Teatro con Satiro e Menade, di età ellenistica (III/Il sec. a.C.);
4) dei proiettili di catapulta, in pietra, rinvenuti presso la Porta di Valle;
5) una cornice in stucco policroino con fregio dorico della seconda metà del II sec a.C, dall'insediamento rupestre nell'area del Monte Barbaro;
6) alcuni cocci di anfore, lucerne e pesi fittili;
7) diverse monete.

Bosco di Angirnbè
E' uno degli ecosistemi meglio conservati della Sicilia occidentale. In questo ambiente la vegetazione è molto eterogenea, costituita prevalentemente da piante sempreverdi in cui predominano le Querce, l?Olivastro e il Corbezzolo, essenze tipiche degli ecosistemi Mediterranei. Il sottobosco è molta diversificato: si può incontrare l?aglio selvatico, la Rosa canina, la Lavanda, il Ciclamino e tante altre piante; alcune delle quali famose per le accertate proprietà curative.
Inoltre vi sono numerose specie di Funghi e meravigliose Orchidee. La Fauna è molto ricca, grazie alle favorevoli condizioni climatiche. In particolare la fauna, risulta essere molto diversificata e abbondante nel periodo prirnaverile, con l'arrivo dei migratori, tra cui: il Rigogolo, l? Upupa, il Gruccione, il Saltimpalo e l'Averla capirossa. Nel bosco vivono anche diversi rapaci tra cui il Gheppio e la Poiana, meravigliosa durante il periodo dell'accoppiamento perché compie delle spettacolari acrobazie in volo. Si incontrano anche l?Albanella reale e l'Aquila minore che di anno in anno sosta nel bosco prima di continuare Ia migrazione.
I mammiferi, al contrario, sono tenebrosi e difficili da individuare perche' crepuscolari, come il Coniglio, selvatico, la Lepre appenninica, il Riccio, la Donnola e l?Istrice con i suoi aculei che rizza quando si sente minacciato. Anche i rettili sono molto abbondanti e nessuno è velenoso: il Biacco, inconfondibile serpente nero molto comune in Sicilia, meno comuni invece il Saettone occhi rossi, la Coronella e la Natrice dal collare che vive in acqua.

Segesta
A circa 6 Km da Calatafimi si può ammirare uno dei siti archeologici più interessanti della Sicilia: Segesta

Il Tempio
Il Tempio si innalza maestosa sulla collina di Barbaro, circondato da un paesaggio silenzioso e suggestivo. La perfezione e la precisione con cui è stato costruito inducono a pensare che gli architetti e molti operai dovevano essere greci di Sicilia, esperti nello costruzione dei templi. Fu realizzato tra il 430 e il 420 a.C ed è un esempio di tempio exastilo dorico periptero,ossia caratterizzato da un colonnato che circonda tutto il perimetro con 6 colonne sui lati brevi del peristilio e 14 sui lati lunghi. È lungo m. 60, 95 e largo m. 20,40; le colonne sono alte 9,36 m. col diametro inferiore di 1,95 m. e quello superiore 1,56 m. e possiedono da 9 a 12 tamburi.
Nei capitelli si possono ancora ammirare degli abachi, mentre nel fregio si alternano i trifigli e le metope lisce e sotto il cornicione si trovano i mutuli, che decorano il geison con le loro gocce. Diversi studi hanno dimostrato che il Tempio di Segesta è senz 'altro uno dei grandi monumenti dell'antichità, ma allo stesso tempo è incompleto. Lo testimoniano diversi elementi strutturali: le colonne senza scala nature; i coronamenti dei capitelli delle colonne non ancora terminati; i blocchi dei gradini non scalpellati; le bugne sporgenti dal crepidoma, utilizzate per il sollevamento e la messa in opera dei conci; la mancanza di copertura; mentre la cella, probabilmente, era stata progettata e iniziata ma lasciata a livello di fondazione. La costruzione del Tempio ebbe inizio nel periodo in cui Segesta intratteneva intensi rapporti ton Atene. Infatti, secondo alcuni studiosi, i committenti chiesero ai lapicidi di renderlo più maestoso possibile, così da assicurarsi la benevolenza dei delegati ateniesi, arrivati in Sicilia per stipulare con loro topo alleanza. Nel 416, quando scoppiò una guerra tra Selinunte e Segesta, quest?ultima chiese ausilio ad Atene. Ingannata probabilmente dal maestoso Tempio, Atene inviò in Sicilia una flotta, che, però, non arrivò. Segesta da sola e sicuramente disperata, decise allora di rivolgersi a Cartagine, sita sulla sponda africana vicina all'odierna Tunisi. Questa intervenne, distruggendo, nel 409 a.C., Selinunte. La Città elima dovette, così, accettare il dominio cartaginese. I lavori del Tempio, interrotti durante le campagne di guerra,non furono più ripresi perché la costruzione di un edificio tipicamente greco, in un periodo di dominazione punica, non avrebbe avuto più nessun significato propagandistico. Per altri studiosi, invece, si tratta di un tempio voluto con queste caratteristiche dalla popolazione non greca che abitava a Segesta e che, all?interno di esso, praticava i propri riti non greci.

Il Teatro
Il Teatro si affaccia su uno scenario meraviglioso che abbraccia la Valle della Pispisia, quello più grande del fiume Freddo e, da lontano, il Golfo di Castellammare. Fu edificata nella seconda metà del II sec. a.C.:, quando Segesta era città libera sotto i Romani ma presenta le caratteristiche tipiche dell'architettura greca. La cavea ha un diametro di m. 63,36 ed è tagliata orizzontalmente da un corridoio, detto diazorna. La parte inferiore è divisa da sei scalette in sette cunei di dimensioni variabili, kerkides, e può contenere ventuno file di sedili Soltanto la fila superiore presenta dei sedili con la spalliera, alcuni dei quali sana ancora visibili. All'orchestra, il pasto dove agiva il coro, circolare, con diametro di m. 18,40, si accedeva da ingressi laterali chiamati paradoi. Recenti studi hanno rilevato la presenza di altri sedili in pietra tra i due ingressi, riutilizzati probabilmente, in epoche successive, come cava di pietra.
Il palcoscenico (logeion) era staccato alla cavea e doveva essere una struttura di due piani, con colonne ioniche nel primo ordine e doriche nel secondo. Ai lati c?erano due corpi un po' avanzati, i parasceni, ornati da figure in altorilievo del dio Pan, il compagno di Dionisio. Il Teatro poteva accogliere complessivamente 4000 spettatori e ancora oggi, durante la stagione estiva, vengono messe in scena delle rappresentazioni teatrali, cabaret, concerti di musica ed altro.

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